"La Ferocia": storia di Vittorio Salvemini, ma in realtà di tutti - LA GALLERY
Successo per la rappresentazione di VicoQuartoMazzini, con Michele Altamura e Paolocà
giovedì 27 febbraio 2025
11.36
"La Ferocia" con la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà, su ideazione di VicoQuartoMazzini,andata in scena mercoledì 26 febbraio al Teatro Politeama Italia, rappresenta la storia di una vita che non è solo quella di Vittorio Salvemini, il pater familias ed imprenditore che dopo un'ascesa sociale costruita con dedizione e fatica, vede il suo impero cadere in rovina e con lui anche la sua famiglia. Ma la saga familiare assume - e da qui nasce il grande apprezzamento del pubblico - carattere universale, grazie a emozioni lasciate in sospeso, cerchi che nella narrazione sembrano non chiudersi e rapporti umani che lungo la narrazione degenerano fino a marcire.
«Nella storia la ricerca di successo personale del padre, Vittorio, prevarica ogni cosa, persino l'affetto della figlia - ha dichiarato il regista e attore Gabriele Paolocà, durante il confronto con il pubblico a seguito della rappresentazione -. Chiaramente, come ricorda la tragedia greca, il teatro porta in scena quello che non si vuole vedere nella vita vera, porta in scena quello che lo spettatore vede sul palco e poi a causa di un effetto catartico sente di imparare dal teatro».
«È sicuramente una storia estremizzata, che magari in televisione verrebbe raccontata con colori più tenui, ma il teatro ha proprio questa forma e soprattutto questa forza: ha la possibilità di raccontare storie diverse che ci connettono e quindi hanno il dovere di essere storie che ci entrano dentro attraverso l'elemento più feroce. In questo caso il teatro arriva a dire cose che nessun mezzo di comunicazione riuscirebbe a dire, mentre fuori il mondo si sgretola. Forse bisogna trovare il modo per raccontarsi cose importanti e non affrontare il mondo con leggerezza, perché il mondo mentre noi lo affrontiamo con leggerezza, costruisce la ferocia» ha proseguito.
«Come artisti abbiamo il dovere di giudicare, non di mostrare - ha poi concluso Altamura -. Ciascuno spettatore con il proprio bagaglio di vita ha la possibilità di ragionare e valutare. Dietro questi personaggi, penso che ciascuno di noi riesca a rivederci qualcuno con un nome e cognome specifico, perché viviamo tutti in questa terra e questa è una storia che tutti riusciamo a sentire nostra».
«Nella storia la ricerca di successo personale del padre, Vittorio, prevarica ogni cosa, persino l'affetto della figlia - ha dichiarato il regista e attore Gabriele Paolocà, durante il confronto con il pubblico a seguito della rappresentazione -. Chiaramente, come ricorda la tragedia greca, il teatro porta in scena quello che non si vuole vedere nella vita vera, porta in scena quello che lo spettatore vede sul palco e poi a causa di un effetto catartico sente di imparare dal teatro».
«È sicuramente una storia estremizzata, che magari in televisione verrebbe raccontata con colori più tenui, ma il teatro ha proprio questa forma e soprattutto questa forza: ha la possibilità di raccontare storie diverse che ci connettono e quindi hanno il dovere di essere storie che ci entrano dentro attraverso l'elemento più feroce. In questo caso il teatro arriva a dire cose che nessun mezzo di comunicazione riuscirebbe a dire, mentre fuori il mondo si sgretola. Forse bisogna trovare il modo per raccontarsi cose importanti e non affrontare il mondo con leggerezza, perché il mondo mentre noi lo affrontiamo con leggerezza, costruisce la ferocia» ha proseguito.
«Come artisti abbiamo il dovere di giudicare, non di mostrare - ha poi concluso Altamura -. Ciascuno spettatore con il proprio bagaglio di vita ha la possibilità di ragionare e valutare. Dietro questi personaggi, penso che ciascuno di noi riesca a rivederci qualcuno con un nome e cognome specifico, perché viviamo tutti in questa terra e questa è una storia che tutti riusciamo a sentire nostra».