Politica
...e Mattarella creò la Repubblica a sua immagine e somiglianza
Scontro senza precedenti tra le alte sfere delle istituzioni. Il governo del cambiamento sostenuto da Cinque Stelle e Lega vede la fine prima ancora di insediarsi
Italia - martedì 29 maggio 2018
10.54
Parafrasando il primo verso della Genesi in cui vi è narrata la creazione della Terra potremmo anche noi iniziare un nuovo libro della storia repubblicana italiana. I vari opinionisti e addetti ai lavori concordano sulla criticità senza precedenti che vede protagonisti i vari organi dello Stato, a cominciare dalla presidenza della Repubblica fino al parlamento, espressione diretta del popolo. La richiesta di impeachment da parte di Cinque Stelle e Fratelli d'Italia non ha precedenti nella dialettica dei poteri dello Stato, pur senza negare forti divergenze istituzionali avutesi dalla nascita della repubblica in poi: abbiamo in questo caso una richiesta formale di atto di accusa nei confronti del Quirinale. Una frattura insanabile che difficilmente potrà essere rimarginata .
Dopo quasi 90 giorni di trattative le forze parlamentari erano riuscite nell'arduo compito di assicurare una maggioranza nelle due camere del Parlamento e dopo aver stilato un contratto di governo, sottoposto ai rispettivi militanti, si sono recati al Colle al fine di ricevere le nomine ministeriali che la Costituzione assegna al Capo dello Stato, previa proposta del presidente del consiglio. Questo velo di opacità presente nella nostra costituzione riguardo le prerogative del presidente delle Repubblica ha diviso i costituzionalisti e la nazione intera sulla legittimità del veto ai danni del professor Paolo Savona, imposto da Mattarella. In questo vuoto giuridico il Capo dello Stato è subentrato ponendo fine ad un governo espressione di una comprovata maggioranza parlamentare. Ma cosa dice nei dettagli la Costituzione?
Proviamo a disbrigare la matassa citando gli articoli che fanno al caso nostro. L'articolo 92 garantisce al presidente della Repubblica la possibilità di rifiutare la nomina di un ministro proposto dal presidente del consiglio incaricato. Ma il margine di manovra di cui può avvalersi il Quirinale è delimitato dagli articoli 54 e 95. Quest'ultimo impone a qualsiasi figura pubblica l'obbligo di rispettare il suo mandato con onore e decoro e in mancanza di queste qualità il presidente della Repubblica può porre il veto alla nomina di un ministro. Insomma, il diniego del presidente è legittimo in presenza di motivazioni morali e di onorabilità del nominabile al dicastero. In alcun modo appartiene al Capo dello Stato ostacolare una nomina ministeriale nel caso in cui il futuro ministro esprima un indirizzo politico diverso e antitetico alle proprie preferenze politiche. E sembra questo essere la vicenda di Paolo Savona, reo di aver criticato la struttura istituzionale e burocratica della zona euro e dell'Unione Europea. Pare evidente che la politica di una nazione sia subordinata alla sovranità popolare che si esprime al suo apice nella conformazione del Parlamento e di un Governo sorretto dalla maggioranza dei parlamentari.
Dopo che il presidente incaricato Giuseppe Conte ha rimesso il mandato, è salito al Colle il neo presidente del consiglio incaricato, il professor Carlo Cottarelli, già uomo del Fondo Monetario Internazionale e già commissario della spending review (tagli alla spesa) per il governo Renzi. Le sue prime parole sono state volte a rassicurare gli investitori, le agenzie di rating e i mercati nella permanenza dei limiti di spesa imposti dai trattati europei e riguardo una gestione oculata del bilancio pubblico. Asserzioni che hanno teso la mano ai mercati borsistici e ai fondi sovrani di investimento al fine di calmierare lo spread sui nostri titoli di debito.
Questo è il lavoro affidato al governo nascente: rassicurare i mercati e garantire affidabilità al nostro debito in vista di nuove elezioni. Una missione difficile per il presidente Cottarelli, con l'auspicio che possa tutelare gli investitori dei mercati borsistici ma nel contempo salvaguardi gli interessi di coloro che affollano un'altra tipologia di mercati: quelli rionali.
Dopo quasi 90 giorni di trattative le forze parlamentari erano riuscite nell'arduo compito di assicurare una maggioranza nelle due camere del Parlamento e dopo aver stilato un contratto di governo, sottoposto ai rispettivi militanti, si sono recati al Colle al fine di ricevere le nomine ministeriali che la Costituzione assegna al Capo dello Stato, previa proposta del presidente del consiglio. Questo velo di opacità presente nella nostra costituzione riguardo le prerogative del presidente delle Repubblica ha diviso i costituzionalisti e la nazione intera sulla legittimità del veto ai danni del professor Paolo Savona, imposto da Mattarella. In questo vuoto giuridico il Capo dello Stato è subentrato ponendo fine ad un governo espressione di una comprovata maggioranza parlamentare. Ma cosa dice nei dettagli la Costituzione?
Proviamo a disbrigare la matassa citando gli articoli che fanno al caso nostro. L'articolo 92 garantisce al presidente della Repubblica la possibilità di rifiutare la nomina di un ministro proposto dal presidente del consiglio incaricato. Ma il margine di manovra di cui può avvalersi il Quirinale è delimitato dagli articoli 54 e 95. Quest'ultimo impone a qualsiasi figura pubblica l'obbligo di rispettare il suo mandato con onore e decoro e in mancanza di queste qualità il presidente della Repubblica può porre il veto alla nomina di un ministro. Insomma, il diniego del presidente è legittimo in presenza di motivazioni morali e di onorabilità del nominabile al dicastero. In alcun modo appartiene al Capo dello Stato ostacolare una nomina ministeriale nel caso in cui il futuro ministro esprima un indirizzo politico diverso e antitetico alle proprie preferenze politiche. E sembra questo essere la vicenda di Paolo Savona, reo di aver criticato la struttura istituzionale e burocratica della zona euro e dell'Unione Europea. Pare evidente che la politica di una nazione sia subordinata alla sovranità popolare che si esprime al suo apice nella conformazione del Parlamento e di un Governo sorretto dalla maggioranza dei parlamentari.
Dopo che il presidente incaricato Giuseppe Conte ha rimesso il mandato, è salito al Colle il neo presidente del consiglio incaricato, il professor Carlo Cottarelli, già uomo del Fondo Monetario Internazionale e già commissario della spending review (tagli alla spesa) per il governo Renzi. Le sue prime parole sono state volte a rassicurare gli investitori, le agenzie di rating e i mercati nella permanenza dei limiti di spesa imposti dai trattati europei e riguardo una gestione oculata del bilancio pubblico. Asserzioni che hanno teso la mano ai mercati borsistici e ai fondi sovrani di investimento al fine di calmierare lo spread sui nostri titoli di debito.
Questo è il lavoro affidato al governo nascente: rassicurare i mercati e garantire affidabilità al nostro debito in vista di nuove elezioni. Una missione difficile per il presidente Cottarelli, con l'auspicio che possa tutelare gli investitori dei mercati borsistici ma nel contempo salvaguardi gli interessi di coloro che affollano un'altra tipologia di mercati: quelli rionali.